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Minori figli  appartenenti a famiglie di mafia e loro diritto all’educazione

e sana crescita psicofisica 

 

MARILINA INTRIERI

I minori, quali soggetti privi di una piena maturità fisica ed intellettuale, hanno diritto ad essere educati. Come noto per la realizzazione di tale diritto è necessaria l’attuazione del corrispondente dovere, dei genitori prima e poi in via sussidiaria e residuale dello Stato e della intera comunità sociale, ad educare.

Tale diritto trova la sua consacrazione in numerose disposizioni nazionali e convenzioni internazionali (art. 30 della Costituzione, artt. 147, 155, 261, 279 c.c., preambolo e art. 29 Convenzione di New York etc.).L’educazione come puntualmente osservato dalla Suprema Corte consiste nel fornire al minore tutti quegli strumenti idonei a che questi possa edificare la sua persona e divenire una persona adulta.La questione rileva sulle modalità in cui i minori devono essere educati, il Preambolo alla Convenzione di New York ricorda che “occorre preparare pienamente il fanciullo ad avere una sua vita individuale nella Società, ed educarlo nello spirito degli ideali proclamati nella Carta delle Nazioni Unite, in particolare in uno spirito di pace, di dignità, di tolleranza, di libertà, di uguaglianza e di solidarietà”.

Nel successivo art. 29 gli Stati si sono impegnati ad educare i minori nel rispetto dei diritti dell'uomo e dei principi consacrati nella Carta delle Nazioni Unite, a sviluppare nel fanciullo il rispetto dei valori nazionali del paese nel quale vive e a prepararlo ad assumere le responsabilità della vita in una società libera, in uno spirito di comprensione, di pace, di tolleranza, di uguaglianza, valori tutti che contrastano con la cultura della mafia.Nei territori calabresi lacerati dalla presenza della mafia assistiamo quotidianamente alla violazione del diritto del minore ad essere educato ogni volta che le madri di mafia trasmettono ai propri figli valori che si pongono in contrasto con i valori nazionali di legalità e giustizia, che appaiono improntati al bullismo e non alla comprensione e alla tolleranza.

Appare necessario tutelare i minori da tali trasmissioni di valori altamente lesive. Accerta giudizialmente, infatti, l’attuazione di un comportamento materno contrario ai doveri genitoriali di educazione, comportamento consistente nella condotta volta alla trasmissione di valori altamente lesivi dell’interesse del minore è compito dell’ordinamento quello di porre in essere tutte le azioni necessarie ad inibire il comportamento e far cessare la lesione del diritto del minore.

Si tratta di attuare tutti quegli interventi con i quali l’ordinamento si frappone, nell’esclusivo interesse del minore, all’esercizio di attività genitoriali lesive della sana crescita psicofisica dei minori e, dunque, ai provvedimenti di cui agli artt. 330 e ss. e 342-bis e 342-ter del codice civile, volti tutti ad un allontanamento del minore dal nucleo familiare di origine.Non bisogna dimenticare però che in tali casi si è in presenza di un male che si produce dall’interno della famiglia, cioè da

 

ciò che dovrebbe costituire il modello di riferimento, ma anche la comunione di affetti ed amore, e, dunque, luogo da prediligere per attuare un sana crescita psicofisica. Aggiungiamo che tali interventi debbono essere attuati in una famiglia che già presenta una serie di patologie. Patologie che necessariamente si sono riflesse nella erronea percezione che il minore ha della società a causa dei valori lui trasmessi.E’ di tutta evidenza che il minore, educato ad un’antistatalità, ad un’antigiuridicità, si sarà persuaso che causa del distacco dalla figura paterna, e dunque causa della maggior parte delle sue “disgrazie”, sia lo Stato.

Siamo nel difficile campo del bilanciamento degli interessi che vede frapporre il diritto del minore a crescere ed essere educato nella propria famiglia ed il suo diritto ad una sana crescita psicofisica.Orbene, affinchè l’attuazione dei provvedimenti sopra indicati sia realmente volta al superiore interesse del minore -e non costituisca una necessaria negazione del diritto a crescere ed essere educati nella propria famiglia-  è necessario che questi provvedimenti siano prodromici ad un incisivo intervento di sostegno, anche psicologico, sia del minore sia della famiglia di origine, auspicando di poter far tornare il minore nella famiglia di origine quando questa, a seguito di adeguato percorso, sia in grado di eliminare la propria disfunzione educazionale. questa (si auspica motivata dal possibile rientro del minore) possa risolvere la sua patologia –ribadiamo, consistente nell’incapacità educazionale-  ed essere in grado di riaccogliere il minore.

Ovvio che l’attività statale non debba limitarsi all’allontanamento del minore dal nucleo familiare lesivo, ma sostenere il minore anche indirettamente attraverso un sostegno alla famiglia di origine auspicando di poter far tornare il minore nella famiglia di origine quando questa, a seguito di adeguato percorso, sia in grado di eliminare la propria disfunzione.